Articoli di Giovanni Papini

1904


in "Alleati e nemici":
(rec.) Le sette lampade d'oro di Enrico Corradini

Pubblicato su: Leonardo, anno II, fasc. 12, p. 29
Data: marzo 1904




pag.29



   Il Leonardo non ha costume di far molta letteratura, forse perchè troppi ne fanno o piuttosto perchè non ce n'è. Ma come fare a non dir nulla del libro di un amico, illustrato per giunta da un altro amico?
   Del resto il pretesto per parlarne in una rivista che passa per filosofica c'è: il volume di Corradini contiene una favola Dell'aquila e del ragno (pp. 261-267) la quale è proprio da lui consacrata ai filosofi. Si tratta di un ragno il quale, capitato sul dorso di un'aquila, vede infinite meraviglie e medita di narrarle fra i suoi compagni, ma quando vuol ricondursi in patria, l'uccel divino lo divora con tutta la sua saviezza. A quanto pare c'è qui tutta una critica della filosofia: critica del fonte del sapere, che non deriva dai contemplativi ma dagli attivi, critica dell'orgoglio filosofico il quale crede di precedere mentre altri lo trascina, critica dell'inutilità dei pensatori destinati a esser vittime e cibo dei potenti.
   Una critica, come si vede, tutta morale e metaforica, la quale potrebbe valere se tutti i filosofi fossero dei piccoli ragni, solo occupati a ricoprire il mondo delle loro fragili tele. Ma il Corradini sa che vi son filosofi di un tipo assai diverso, filosofi-lupi, i quali, come le buone aquile ch'egli ama tanto, preferiscono mangiare all'esser mangiati.
   Ma in questo suo odio contro il pensiero puro chi non vedrebbe un carattere di razza? Il Corradini è un romano, un perfetto romano, il quale invece di condurre una legione od organizzare una provincia, si trova a scrivere dei drammi e degli articoli. Si consola rappresentando quel che non può fare; Cesare è suo amico e la repubblica imperialista romana il suo ideale. Anche in questo volume le cose migliori sono, per me, le favole o leggende antiche, come L'Isola di Caino, L'ultima notte di Sardanapalo e la Favola degli uccelli, della battaglia e dell'Arciere.
   In quest'ultima soprattutto c'è un vigoroso ansito epico, e la scena é nitida e forte come un bassorilievo. Vi si scorge l'uomo che ama Eschilo, Dante e la maschia scultura della rinascenza, l'uomo antico, primitivo, barbaro nel suo furore di lotta, nella sua rudezza e nella sua superba ignoranza. Enrico Corradini, in questi tempi di delicatezze idilliache e raffinate, umanitarie e sapienti, è un anacronismo. Potremmo lodarlo di più?


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